"In un tempo e un luogo non precisati, l'intera popolazione perde gradualmente la vista diventando cieca. Chi è colpito da quest'inspiegabile epidemia si trova all'improvviso in una nuvola lattiginosa e non vede più nulla. Le reazioni psicologiche sono devastanti, gli effetti sulla convivenza sociale drammatici"
Questa è la sinossi di Cecità(1995), libro scritto dal premio nobel Josè Saramago. Egli si domanda cosa succederebbe se l'umanità perdesse la vista, un senso che, in una società come la nostra, ha assunto molta più importanza rispetto agli altri.
I ciechi vengono rappresentati come animali spinti dall'istinto primordiale di sopravvivere almeno un giorno in più. In un racconto perlopiù violento che trasforma l'umanità in male profondo spicca una donna, una dei protagonisti del libro, che rappresenta il bene puro in quanto unica a mantenere la possibilità di vedere, ma che, per rimanere vicina al marito, che teme di non rivedere, finge di essere cieca a sua volta, per seguire il suo triste destino. Quella rappresentata è quindi una realtà hobbesiana, dove vige la legge del più forte.
Nel corso del testo il mondo appare rovesciato: si instaura un regime anarchico, spariscono i legami di sangue, sparisce l'amore. L'unico motore della civiltà è la sopravvivenza a discapito del più debole. Uccidere, distruggere, minacciare, aggredire, stuprare diventano crimini che non spaventano, perché, dice uno dei protagonisti, “è di questa pasta che siamo fatti, metà di indifferenza e metà di cattiveria”; è attraverso queste parole che Saramago critica il mondo moderno in quanto fa assomigliare un mondo dispotico al mondo capitalista odierno, pieno di menzogne e falsità che viene portato avanti dall'interesse personale di ogni individuo.
La cecità diventa quindi una malattia dell'essere che scatena ciò che secondo Saramago siamo veramente: bestie senza controllo. La pioggia che restituisce la dignità all'uomo porta il lettore a non capire il finale, ma lo lascia con un affermazione: " Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo non vedono".
Francesco S.

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