E' il 05 Novembre del
1975, un mercoledì uggioso a Roma.
Pier Paolo Pasolini è morto da già tre giorni, Campo de' Fiori è gremita di gente.
Alberto Moravia, commosso e comprensibilmente arrabbiato, grida parole forti, inflessibili, intense:
“Abbiamo perduto innanzitutto un uomo profondamente buono, mite, gentile. Abbiamo perduto un uomo coraggioso, la cui diversità consisteva nel coraggio di dire la verità. Abbiamo perso un poeta e di poeti non ce ne sono tanti nel mondo.”
Le persone ascoltano: qualcuno senza averne mai sentito parlare prima ne comprende la grandezza; altri forse alludendo al suo orientamento ed alle sue abitudini sessuali, dichiarano che “chi scherza cor foco prima o poi s'abbrucia”; per qualcun'altro ancora la sua misteriosa morte è una “cosa politica”.
Per alcuni Pasolini è
rimasto un pedofilo, un pederasta, per altri soltanto un omosessuale
comunista.
Oriana Fallaci lo descrive
come un uomo malinconico, con gli occhi lucidi e tristi persino nel
sorridere, i lineamenti secchi e feroci in contrasto ad una terribile
dolcezza femminea.
Pasolini ha senza dubbio
incarnato l'immagine della perfetta e riuscita armonia di molteplici
individualità, dissimili tra loro, in un solo esile corpo.
Per questo motivo dopo la
sua morte ha continuato a vivere in un'etichetta: quella del profeta
che già negli anni Sessanta del Novecento denuncia l'omologazione,
la società dei consumi, “ultima delle rovine, rovina delle
rovine” e la metamorfosi del mondo.
Pasolini è sicuramente
stato un grande eclettico, ma prima di tutto era un uomo.
Un uomo acuto,
incredibilmente fragile.
La macchina da scrivere sulla scrivania, il maglione e la camicia bianca stirati da una madre vista come sistema indivisibile dalla sua silenziosa anima gracile.
Ed ancora la semplicità delle cene a Trastevere, i viaggi in Africa per rintracciare un tragico Oreste moderno, il viso silenzioso ed allo stesso tempo straordinariamente espressivo della Magnani da riuscire a domare in “Mamma Roma”, la GTA con cui abbordare qualche ragazzo di vita e portarlo in una villetta pagata centomila lire lungo il lido di Ostia.
La macchina da scrivere sulla scrivania, il maglione e la camicia bianca stirati da una madre vista come sistema indivisibile dalla sua silenziosa anima gracile.
Ed ancora la semplicità delle cene a Trastevere, i viaggi in Africa per rintracciare un tragico Oreste moderno, il viso silenzioso ed allo stesso tempo straordinariamente espressivo della Magnani da riuscire a domare in “Mamma Roma”, la GTA con cui abbordare qualche ragazzo di vita e portarlo in una villetta pagata centomila lire lungo il lido di Ostia.
Uomo incompreso oggi, figurarsi negli anni Sessanta.
Uomo che tutti uccidiamo ancora una volta, poiché
“La morte non è
nel non poter
comunicare,
ma nel non poter essere
compresi”.
Uomo che forse è stato troppe cose insieme per riuscire a definire la sua identità, ingabbiarla in una sola etichetta.
Forse vigliaccamente ad ognuno rimane su di lui (come su ogni cosa) la propria valida idea.
Ylenia M.

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