Gli Oasis e la mia ossessione per gli anni 90


(include indirettamente la recensione di “Supersonic”)


Una delle stranezze della vita è che nasci verso la fine degli anni novanta, ma sei attanagliato da un’irrefrenabile nostalgia di quegli anni, come se li avessi vissuti sulla pelle, come se ti scorressero nelle vene.  Non è facile vivere l’adolescenza e la giovinezza sognando di cooptarsi in un’altra generazione, ma in quest’epoca, nessuno me ne voglia, proprio non ci sto bene e non mi ci voglio riconoscere. Poi che la giovinezza mi mancherà lo stesso quando sarò vecchio, quello è un altro discorso, assolutamente.
E pensare che negli anni ’90 si fantasticava continuamente su come sarebbero stati  gli innovativi anni 2000, su come essi avrebbero cambiato radicalmente le mode, le convenzioni e l’arte del pensiero. Ma dopo sedici anni di questi anni 2000, si può davvero parlare ancora dell’ ”arte del pensare”? Lascio a voi le più costruite riflessioni, non voglio soffermarmi su questa problematica (perché lo è), andrei troppo fuori tema.
Non tutti pensavano all’avvenire del nuovo millennio: la classe media era offuscata da una sorta di cecità che la proiettava già alla novità; e poi c’erano quelli che se ne fregavano, che prendevano la loro vita per quella che era, senza adeguarsi alla voglia di cambiamento, ma rendendosi conto di vivere in un’epoca dove fare schifo era il massimo dell’ambizione. Per “fare schifo” intendo il fatto che si debba rimanere sempre se stessi in ogni situazione, e questa è forse la rivoluzione più grande che ognuno di noi dovrebbe iniziare a progettare, dentro le proprie interiora. Ma anche questa rivoluzione richiede tempo, “questa rivoluzione deve partire da un letto” (ndr “Don’t look back in anger”) e non da delle stupide piazze colme di giovani viziati che non hanno valori, ma stanno lì solo per fare del casino o per sentirsi fautori di un cambiamento. In questo millennio facciamo schifo, ma non ci sentiamo quasi mai noi stessi, siamo solo parte di un meccanismo gestito dal burattinaio del “piacere agli altri”, ma mai a noi stessi. Nel 2016 facciamo schifo senza fare schifo davvero, chiunque ha paura di osare, l’importante è che la gente ci dica “come sei bravo, quante qualità”. E purtroppo in questo meccanismo mi ci sono perso pure io, e trovo conforto in quelli che la vedono come me, etichettati dalla massa media come strambi o troppo sognatori. Butto fuori queste parole dalla pancia e non dalla mia creatività, ho nel mio inconscio più nascosto la rabbia repressa di vivere in una generazione che non è la proiezione di ciò che sono e di ciò in cui credo.
Dopo aver visto al cinema “Supersonic”, il docufilm sugli Oasis, ho sentito una sensazione di pura nostalgia verso un’epoca che non mi appartiene, ma che indirettamente sento di riservare nel mio cuore. E sento rabbia. E’ la stessa rabbia che avevano gli Oasis nei primi anni ’90. Un’infanzia tra i sobborghi popolari (quelli più viscidi e più putridi) di Manchester, tra le botte di un padre alcoolizzato che non c’è mai stato e di una madre che ha vissuto sempre con la pena di dare tutto ai proprio figli, sebbene fossero scalmanati, arroganti e ingestibili. Quei ragazzotti volevano conquistare il mondo e sapevano che ce l’avrebbero fatta, erano completamente in contrasto con la vita, e come ambizione avevano soltanto quella di fare schifo. Una vita senza mezze misure, dal successo arrivato nel 1994 come un tuono improvviso, ai frequenti litigi tra i due fratelli Gallagher, Noel e Liam, che Dio benedica chi li ha inventati a quei due.
“This is history! This is history! Right here, right now” (“Stiamo facendo la storia! Proprio qui! Proprio adesso!”). Così Noel Gallagher decideva di sposarsi con l’eternità, con queste semplici esclamazioni, di stupore e arroganza, di amore e rabbia repressa, di goduria e di pensieri. Era il 10 agosto del 1996, Knebworth Park, di fronte a circa 250.000 persone, uno dei più grandi concerti all'aperto mai realizzati in Inghilterra, nella quale il 5% circa della popolazione britannica tentò inutilmente di accaparrarsi un biglietto per quell’evento epocale, per quell’appuntamento con la storia e con l’eternità.
Sul palco Liam, il fratello minore, quello che non sa suonare uno strumento, ma che butta fuori la sua voce come se “si trovasse in ogni istante in un fottuto ring a combattere con Mike Tyson”, è stato sempre un provocatore. La sua camminata con le braccia aperte da vecchio hooligan inglese, i suoi vestiti spavaldi, la sua consapevolezza di essere nella migliore band del mondo, e di esserne il principale fautore insieme al fratello, quella sera a Knebworth Park è fermo sul palco. Imbalsamato dalla storia, dalle 250.000 persone che condividono la sua stessa rabbia, la sua stessa e spietata voglia di fare schifo. Contempla i pensieri, si sofferma sul cielo che tramonta, e ripercorre la sua vita. Due anni prima non riusciva a portare a termine un concerto. Droghe, alcool, risse, insulti col pubblico erano la sua stessa vita. A Knebworth Park ha una visione totalmente distorta del concetto di goduria, davanti a 250.000 anime che ti sputano in faccia ciò che due anni prima cantavi in un locale sgangherato di Glasgow. E’ puro controllo, una tipologia di sensazione che solo lui potrà ripercorrere col tempo, non riusciremo mai a capirla a pieno.
"Quando ci guardavamo sul palco c'era una sorta di alchimia, un qualcosa che andava oltre la musica. La conosciamo solo io e lui quella sensazione".  Non era solo rabbia repressa la loro. Era un miscuglio che andava oltre la distruzione, oltre la voglia di essere meglio degli altri, oltre la voglia di comportarsi da rockstars. Era anche amore invece, amore e odio, matrice che caratterizzerà per sempre il bivalente rapporto dei fratelli Gallagher, anche oggi, dopo anni di distanza. Dalla rabbia nasce amore, è impercettibile, lo leggi nei loro occhi increduli a Knebworth Park, nei loro litigi, nella loro empatia silenziosa, che nessuno potrà mai capire. Sarà soltanto una loro storia, una sensazione potentissima di immagini e ricordi, ma soprattutto di amore, lo stesso amore che mi ha portato a scrivere questo articolo. E non importa fare schifo se si è legati da un legame potentissimo: finché ci sarà passione, chiunque potrà fare la storia o scriverla a suo modo, nel modo in cui si vuole affrontare il grande gioco della vita.



                                                                                                                Francesco V.

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