Il rapporto tra uomo ed ambiente (ma anche quello tra un sociologo e un fotografo)







Marc Augè è un uomo nato nell'ormai lontano 1935, panciuto e con i capelli bianchi; il suo viso è la simpatica mescolanza tra i lineamenti di Paolo Villaggio e quelli di Padre Pio.
Professione: sociologo ed antropologo .

A lui si deve il neologismo “non luogo”, termine oggi conosciuto ed utilizzato per intendere ogni qualsiasi spazio anonimo senza storia né identità, frequentato da persone in transito che coesistono ma non riescono a relazionarsi.
Tra questi non luoghi è possibile pensare, per farsi un'idea, ai centri commerciali, alle hall degli aeroporti, alle chat online o ai parchi divertimento.

Capire come Marc Augè sia arrivato all'invenzione di questo termine può essere un processo facilitatoci dalla visione e dalla consapevolezza del mondo in cui viviamo, che il sociologo stesso definisce “surmoderno” per enfatizzarne l'accelerazione rispetto alla modernità.
Questa forte spinta del mondo in cui l'uomo costantemente dimora è dovuta alla nascita di Internet, alle notizie che ogni giorno ci giungono con ritmi incessanti, ma anche dalla percezione che oramai si ha di un universo piccolo e raggiungibile in un attimo con estrema velocità.
E' proprio la velocità a portare l'uomo a non identificarsi quasi più in dei luoghi propri, ma anzi a transitare nei così detti “non luoghi”, modificando drasticamente il suo rapporto con l'ambiente.



Thomas Struth è un uomo invece nato nel più recente 1954, sicuramente più esile di Augè; curioso signore dagli occhi verdi e dai capelli brizzolati.
Professione: fotografo professionista.

Nel 1989 realizza la serie di scatti intitolata “Museum Photographs”, attraverso la quale intende descrivere e porre a giudizio una società passiva di fronte al turismo d'arte.

La domanda che si pone Struth è “Cosa cerca l'uomo dall'arte?”, ma anche “Perché si va al museo?”.
Viene davvero spontaneo chiedersi se davvero tutti noi entriamo nei musei perché amanti delle opere, appassionati estimatori o critici pungenti.
Le fotografie di Struth rispondono in maniera geniale a questa domanda: no, si partecipa più per convenzione che per convinzione.
I visi della gente ripresa dal fotografo sono infatti distratti, assenti ed annoiati, passivi all'interno di luoghi teoricamente invece carichi di sollecitazioni.



                                                    Thomas Struth, Museo del Louvre
                                                                   Parigi 1989 


                         


                                          Thomas Struth, Galleria dell'Accademia,  

                                                                      Firenze 2004



            



  Thomas Struth, Museo del Louvre 3
 Parigi 1989

             




                                               Thomas Struth, Pantheon, Roma 1990
                                               (fotografia venduta all’asta nel Giugno 
                                                      del 2013 per 1,2 milioni di dollari)



Come si intrecciano i lavori (più che le vite) di Augè e Struth è evidente:
l'atteggiamento anonimo e spersonalizzato del pubblico di fronte alle opere d'arte è lo stesso degli individui all'interno dei non luoghi, eppure i musei e i luoghi di cultura non dovrebbero essere definiti o considerati tali.

Ciò che più è amareggiante è che questi diventano non luoghi attraverso l'uso che la popolazione oramai terribilmente omologata ne fa, ma anche mediante la mercificazione dei bei culturali.
Non si entra più nei musei considerandoli luoghi in grado di permettere esperienze nuove, di ampliare la propria visione del modo, dell’arte e della vita, di  apprendere e pensare; piuttosto questi vengono considerati luoghi di mera esposizione di oggetti materiali e di conseguenza luoghi di noia e di silenzio rigoroso in cui si preferisce transitare velocemente piuttosto che rimanere, tristemente destinati quindi  a diventare non luoghi.




Con la speranza che si torni ad aprire gli occhi, a riscoprire il valore della curiosità, ad osservare più che guardare,




                                                                                                                       Ylenia M.

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