Motherless Brooklyn, Recensione film


Un viaggio nell'anima di New York. Un viaggio che Edward Norton ci spinge a fare con il suo Motherless Brookyn.

Un noir vecchio stampo, infarcito di pistole, cappotti e cappelli, whisky e jazz, una storia intricata e la voce del protagonista che ci racconta com'è andata. Il più classico degli hard-boiled.

Ciò che rende questo film degno di nota è la sua delicatezza, il suo tessuto leggero e soffice che pian piano ti avvolge come il suono di un sax.

Ci ritroviamo in una New York anni 50, piovosa, plumbea di nuvole e di fumo di sigarette.
Il protagonista è Lionel, un aiuto-detective, che cerca di scoprire il motivo dietro la morte del suo capo e padre putativo Frank Minna, interpretato da Bruce Willis.

Norton scrive, dirige ,e interpreta questo Lionel, affetto dalla sindrome di Tourette, che cerca di rimettere insieme i pezzi di un puzzle che si farà via via più grande di quanto immaginasse.
Il film si lascia scoprire lentamente, attraverso un ritmo che rimane costante ma che avanza e convince.

Norton riporta al cinema il noir nel suo stile classico, senza azzardare modifiche o stravolgimenti. Alla sua seconda prova dietro la macchina da presa, riesce a dirigere un'eccellente cast, formato dal già citato regista, da Bruce Willis, William Defoe, Gugu Mbatha-Raw e Alec Baldwin.

Troviamo pochi movimenti di macchina e poca azione, ma più quadri e inquadrature fisse volte a mantenere un ritmo compassato.

Le musiche accompagnano tutto il film a suon di jazz, rimanendo un leggero contorno, fino all'ascolto del brano scritto da Thom Yorke e Flea, Daily Battles, che viene anche riadattato in stile Miles Davis; è quella la traccia madre che riecheggia e risuona nei momenti più intensi.

Un viaggio nell'anima di New York, nelle sue vie e nei suoi ponti, attraverso le sue luci e i suoi rumori.
E un viaggio nell'anima di Edward Norton che, Newyorkese da trent'anni, ha sentito l'esigenza di riportarci ad un altro periodo di quell'immensa città che è la grande mela.

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